Ex Ilva, AIGI: «Definitivo il verdetto della Cassazione; ora il Governo salvi l’indotto»

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Il futuro delle imprese dell’indotto ex Ilva e dei circa 4mila lavoratori rappresentati da AIGI è sempre più incerto dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione. L’Associazione Indotto AdI e General Industries di Taranto lancia un appello urgente al Governo,

chiedendo il pagamento immediato delle fatture insolute, interventi di bonifica che coinvolgano le aziende locali e misure concrete per scongiurare la chiusura delle attività. Senza risposte tempestive, avverte l’associazione, il rischio è quello di una crisi economica e occupazionale dalle conseguenze pesantissime per l’intero territorio, fino all’avvio di procedure di licenziamento collettivo.

«La sentenza della Cassazione – afferma AIGI TAranto – ha sancito lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Sul piano giuridico, non è la morte definitiva della siderurgia: la sospensione è legata a prescrizioni ambientali e sanitarie superabili, non a un divieto assoluto. Qualcuno obietterà che ripartire costa troppo. Ma qui la vera valutazione è politica e strategica: l’acciaio italiano è o no un asset fondamentale per la nostra economia manifatturiera?

I fatti dicono che a febbraio 2026 Acciaierie d’Italia ha avviato e in larghissima parte eseguito i lavori di rifacimento dell’Altoforno 4 (AFO4), usando tecnologie moderne e prive delle problematiche legate all’amianto. Quindi la domanda che poniamo ai commissari e agli organi dello Stato, proprietario degli impianti, è netta: espletate le prescrizioni di Milano, l’AFO4 può ripartire?

Noi imprenditori di AIGI siamo innamorati di questo territorio. Ma, come ha giustamente detto l’AD di Invitalia Bernardo Mattarella, “le politiche pubbliche avranno fatto il loro lavoro quando un’impresa sceglierà di investire perché quell’area (territorio) è di nuovo attrattiva”. Le nostre aziende sono per lo più internazionalizzate, ma non poter operare a casa nostra ci logora. Se siamo costretti a spostare i progetti all’estero, in Austria, Germania Svezia e Spagna, dove mancano aziende con lo spessore e le competenze delle aziende tarantine depositarie della conoscenze impiantistiche della ex più grande acciaieria europea, le maestranze verranno assunte in loco per ovvie ragioni economiche. Chi perde tutto in questa partita sono sì le imprese ma, in primis, i lavoratori del territorio.

Ora che siamo usciti dal limbo giudiziario, Governo e commissari devono dirci quali misure intendono attuare. La sospensione dell’area a caldo colpirà duramente tutta la filiera metalmeccanica nazionale. Le imprese dell’indotto hanno letteralmente mantenuto in vita lo stabilimento, generando ricadute economiche insostituibili. Questa chiusura forzata rischia di mandare in cassa integrazione migliaia di lavoratori. E la cassa integrazione non copre lo stipendio pieno: la crisi economica totale della provincia di Taranto è un rischio concreto e imminente.

Il Governo deve immediatamente salvare il salvabile e tutelare chi ha lavorato fino a ieri. AIGI rappresenta 4.000 lavoratori: numeri pesantissimi per il territorio. Il primo provvedimento urgente e non negoziabile è uno solo: saldare immediatamente, e in un’unica soluzione, le fatture insolute alle aziende dell’indotto. Affrontare concretamente la problematica relativa ai crediti IFIS ed alle cosiddette tardive. Solo così potremo garantire la liquidità necessaria a pagare le maestranze, resistere alla crisi e aprirci a nuovi mercati senza disperdere un patrimonio umano insostituibile.

Il secondo provvedimento che ci aspettiamo dal governo del MADE IN ITALY dimostrare di fare, trovando le risorse necessarie per avviare fin da domani le opere di bonifica e rimozione delle problematiche ormai sancite dalla magistratura, in attesa di tutti i fantomatici progetti di diversificazione e rilancio che necessitano di tempo, utilizzando le stesse imprese e le medesime maestranze che ad oggi sono colpite da questa crisi.

Il rischio è che molte imprese dell’indotto chiudano e quindi licenzino i dipendenti, facendo cadere la salvaguardia della cassa integrazione. Inoltre le aziende dell’indotto oltre ai dipendenti devono pagare fornitori soprattutto locali, Iva, Ires e imposte varie allo Stato ed enti vari, ed alcune rateizzazione. Non incassare i crediti da parte delle aziende dell’indotto e quindi rischiare per molte di chiudere sarebbe un danno per tutti, imprese dell’indotto, subfornitori locali e non, dipendenti, territorio e, infine, un boomerang per lo Stato e gli Enti locali

Tempo non ce n’è più, la musica è finita e la barca è affondata, ma ancora non si vedono le scialuppe di salvataggio.

Se così non sarà, – conclude l’associazione – in mancanza di prospettive di continuità, purtroppo l’unica strada saranno le procedure di licenziamento collettivo».