Ex Ilva, 600 lavoratori esclusi dal processo Ambiente Svenduto e raggiunti da cartelle da 3mila euro. CGIL e FIOM: «Da vittime a colpevoli»
Prima il riconoscimento di un risarcimento provvisorio di 5mila euro, poi l’esclusione dal processo e, infine, l’arrivo di cartelle esattoriali con richieste di pagamento di circa 3mila euro. È la vicenda che coinvolge circa 600 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, costituitisi parte civile nel processo Ambiente Svenduto, e sulla quale CGIL e FIOM chiedono ora chiarimenti.
Una storia giudiziaria complessa che, secondo le organizzazioni sindacali, rischia di trasformare in debitori dello Stato proprio quei lavoratori che avevano deciso di partecipare al procedimento come presunte vittime dei reati contestati.
Tutto ha inizio nel 2014, quando circa 600 dipendenti dello stabilimento siderurgico, insieme alla FIOM CGIL e alla CGIL di Taranto, si costituiscono parte civile nel maxi-processo nato dall’inchiesta della Procura sul presunto disastro ambientale e sanitario legato alla gestione dell’ex Ilva.
In primo grado, la Corte d’Assise di Taranto pronuncia condanne e confische, riconoscendo anche una provvisionale di 5mila euro a ciascuno dei lavoratori costituiti parte civile. Quel riconoscimento, tuttavia, non si traduce nel pagamento delle somme.
Nel settembre 2024, infatti, il procedimento viene trasferito a Potenza per un vizio di competenza territoriale, con la conseguente necessità di ripartire sul piano processuale.
È a questo punto che nasce il contenzioso sulla posizione dei lavoratori. Secondo i loro legali, le costituzioni di parte civile avrebbero dovuto mantenere efficacia anche davanti al nuovo giudice, in applicazione del principio di immanenza, secondo cui la costituzione di parte civile conserva i propri effetti nel corso del procedimento.
Il GIP di Potenza, invece, dichiara inefficaci quelle costituzioni perché non rinnovate nel nuovo processo, determinando l’esclusione dei lavoratori.
I legali presentano quindi ricorso in Cassazione, ritenendo la decisione abnorme. La Suprema Corte, pur rilevando che l’ordinanza si discosta dai principi giurisprudenziali in materia senza fornire argomentazioni pienamente convincenti, non riconosce il carattere di abnormità del provvedimento impugnato.
La conseguenza, secondo quanto denunciato dai sindacati, è che i circa 600 lavoratori restano fuori dal processo e si trovano ora a fare i conti anche con richieste di pagamento di circa 3mila euro.
Le cartelle esattoriali avrebbero già raggiunto pensionati, cassintegrati e lavoratori licenziati, aggravando una situazione economica e occupazionale già segnata dalla crisi dello stabilimento siderurgico.
Il nodo sul quale CGIL e FIOM chiedono chiarimenti riguarda soprattutto le modalità di applicazione delle somme richieste. Secondo le organizzazioni sindacali, infatti, la pronuncia della Cassazione prevede un obbligo di pagamento in solido, circostanza che non equivarrebbe automaticamente a un importo di 3mila euro dovuto individualmente da ciascuno dei circa 600 ricorrenti.
Per chiarire la questione, i sindacati hanno presentato richieste di delucidazioni all’Agenzia delle Entrate-Riscossione e a Equitalia Giustizia, dalle quali, al momento della diffusione della nota, non era ancora arrivato un riscontro.
A intervenire sono Giovanni D’Arcangelo, segretario generale della CGIL Taranto, e Francesco Brigati, segretario generale della FIOM CGIL Taranto.
«Quei lavoratori non possono pagare, non possono essere condannati – dichiarano i due rappresentanti sindacali – perché tutto ciò rappresenterebbe un tragico paradosso che trasformerebbe le vittime in colpevoli».
La vicenda resta dunque aperta, soprattutto sul piano delle conseguenze economiche per i lavoratori. La richiesta dei sindacati è fare chiarezza sulla natura e sulla ripartizione degli importi, evitando che una controversia processuale si traduca in un ulteriore peso per centinaia di famiglie già coinvolte nella crisi dell’ex Ilva.

