Ex Ilva, ripartono i licenziamenti nell’indotto. Governo chiamato a decidere sul futuro di Taranto

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La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, confermando lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto entro il 28 ottobre 2026. La decisione apre una fase ancora più delicata per il futuro del sito siderurgico e per le migliaia di lavoratori direttamente e indirettamente coinvolti.

La prima conseguenza concreta è già arrivata. Aigi, l’associazione che riunisce le imprese dell’indotto ex Ilva di Taranto, ha formalmente comunicato ai sindacati la ripresa della procedura dei licenziamenti collettivi. L’iter era stato sospeso lo scorso 8 settembre, durante l’audizione a Palazzo Chigi, per senso di responsabilità da parte delle imprese e in attesa della decisione della Corte d’Appello sulla richiesta di sospensione del provvedimento di fermo degli impianti.

Con la conferma dello stop dell’area a caldo, dunque, il fronte occupazionale torna immediatamente al centro della vertenza, mentre il Governo è chiamato a definire strumenti e tempi della transizione.

Europa Verde: «Ora si costruisca la nuova Taranto»

Di segno diverso la reazione di Europa Verde, che esprime soddisfazione per la decisione della Corte milanese e considera il provvedimento una conferma del principio secondo cui salute, vita e diritto a un ambiente salubre non possono essere subordinati alle esigenze della produzione industriale.

Per Giovanni Carbotti, Gregorio Mariggiò, Rosa D’Amato, Riccardo Rossi e Antonio Lenti, la sentenza rappresenta anche il fallimento politico dei governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. Gli esponenti di Europa Verde precisano tuttavia di non esultare per le difficoltà che lo spegnimento può comportare per lavoratori e famiglie e chiedono che la chiusura dell’area a caldo rappresenti l’avvio di una vera transizione.

Tra le proposte figurano il reimpiego dei lavoratori nelle attività di smantellamento e bonifica, prepensionamenti per chi ha svolto lavori usuranti o è stato esposto all’amianto, incentivi all’esodo e l’avvio immediato delle bonifiche. Europa Verde propone inoltre di diversificare l’economia del territorio, anche attraverso nuovi investimenti e una no tax area, superando progressivamente la dipendenza dalla monocultura dell’acciaio.

La richiesta è quella di una cabina di regia direttamente a Taranto, con un tavolo interministeriale e il coinvolgimento di lavoratori, sindacati, imprese, istituzioni, università, ricerca e cittadini.

Perrini: «Priorità assoluta alla tutela dei lavoratori»

Il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Renato Perrini invita invece a concentrare l’attenzione sulle conseguenze della sentenza.

«Accettiamo la sentenza della magistratura», afferma Perrini, sottolineando che ora si apre una fase decisiva nella quale occorre «salvaguardare i livelli occupazionali, tutelare ogni singolo posto di lavoro e sostenere le tante imprese dell’indotto» che rischiano pesanti ripercussioni.

Perrini ribadisce il sostegno all’azione del Governo Meloni e indica come strategica la creazione di un Tavolo per lo sviluppo di Taranto, nel quale il CIS possa avere un ruolo centrale per attrarre nuovi investimenti e garantire prospettive occupazionali di lungo periodo.

L’appello è a mettere da parte propaganda e polemiche e a favorire una collaborazione tra i diversi livelli istituzionali.

Iaia: «Basta propaganda, Taranto ha bisogno di responsabilità e visione»

Sulla stessa linea, ma con un intervento più articolato sul futuro industriale del territorio, il deputato di Fratelli d’Italia Dario Iaia invita a «smetterla con una narrazione fatta di slogan e semplificazioni».

Per Iaia, salute, sicurezza dei lavoratori e tutela dell’ambiente devono essere priorità, ma non possono essere affrontate separatamente dalle conseguenze che la chiusura dell’area a caldo avrà sull’occupazione, sull’indotto e sul futuro industriale dell’intera provincia.

Il deputato rivendica l’azione del Governo, sostenendo che le risorse pubbliche messe in campo abbiano garantito negli ultimi anni la continuità produttiva e il pagamento degli stipendi ai lavoratori. Sulla decisione della Corte d’Appello afferma: «Non possiamo che prenderne atto».

Iaia critica inoltre le opposizioni e l’amministrazione comunale di Taranto, sostenendo che alcune proposte del Governo sulla decarbonizzazione e sulle esigenze energetiche sarebbero state respinte e che sarebbe mancata una reale interlocuzione istituzionale.

Secondo il deputato, però, il punto centrale è soprattutto ciò che accadrà dopo la chiusura dell’area a caldo. «È legittimo avere una posizione politica sulla chiusura – sostiene – ma bisogna avere anche il coraggio di dire cosa succede il giorno dopo, quali sono le alternative industriali, quali investimenti vengono messi in campo e come vengono tutelati concretamente i lavoratori».

Iaia considera quindi prioritario procedere con la vendita dello stabilimento e trasformare il Tavolo per Taranto nel luogo nel quale mettere a sistema gli investimenti già programmati e quelli da attrarre, coinvolgendo soggetti pubblici e privati.

«Le sentenze si rispettano. Ma il futuro industriale di Taranto non può essere lasciato ai tribunali», afferma il deputato, secondo cui la città ha bisogno di una strategia capace di tenere insieme ambiente, infrastrutture, industria, occupazione e nuove attività produttive.

USB: «Lo Stato intervenga, o sarà disastro sociale»

Durissima la posizione espressa da Franco Rizzo e Sasha Colautti dell’USB, secondo i quali la sentenza era prevedibile alla luce della storia dello stabilimento e degli ultimi quattordici anni.

Per il sindacato di base, l’intervento dello Stato rappresenta l’unica soluzione e deve articolarsi su tre priorità: messa in sicurezza dei lavoratori, finanziamento immediato delle bonifiche e garanzia di un futuro produttivo attraverso la decarbonizzazione.

L’USB chiede misure straordinarie per tutte le categorie di lavoratori coinvolte, dagli addetti di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria fino a quelli delle aziende dell’appalto. Chiede inoltre di programmare le bonifiche non soltanto dell’area a caldo, ma anche dell’area a freddo, e di inserire la decarbonizzazione all’interno di un piano industriale sostenuto da investimenti pubblici.

La richiesta finale è quella di una operazione di salvataggio totalmente pubblica, con risorse destinate alla tutela dei lavoratori, delle loro famiglie e alla riconversione industriale.

Confindustria Taranto: «Serve un decreto legge urgente»

Sul fronte delle imprese, il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, parla di una decisione che impone al Governo «una riflessione immediata» e soprattutto l’assunzione di decisioni urgenti.

La richiesta è quella di un decreto legge per governare la transizione, nel rispetto della salute dei cittadini e delle prescrizioni ambientali. Toma propone, in via temporanea e circoscritta, di consentire una prosecuzione della produzione entro un limite massimo di 4 milioni di tonnellate annue, quindi a livelli significativamente inferiori rispetto alla piena capacità, accompagnando questa fase con l’introduzione delle nuove tecnologie.

Secondo Confindustria Taranto, lo Stato dovrebbe inoltre farsi carico dei costi per la realizzazione dell’impianto DRI e di uno o due forni elettrici, considerati infrastrutture fondamentali per la decarbonizzazione.

«La priorità è salvaguardare il lavoro – sottolinea Toma – ma, ancor prima, la salute dei cittadini». L’obiettivo indicato è una transizione sostenuta da investimenti certi e da un cronoprogramma vincolante, evitando un vuoto occupazionale e una progressiva desertificazione industriale.

Toma esprime infine apprezzamento per l’iniziativa del presidente della Camera di Commercio Taranto-Brindisi, Vincenzo Cesareo, finalizzata alla costruzione di una cordata di imprenditori locali e nazionali interessati alla partita per l’acquisizione dello stabilimento.

CGIL: «La bomba sociale è ormai concreta»

Per la CGIL Taranto, attraverso le parole del segretario generale D’Arcangelo, si è arrivati a «un punto di snodo fondamentale». Il sindacato considera la chiusura dell’area a caldo un esito non inatteso e accusa il Governo di non aver dato risposte adeguate sul piano industriale, ambientale e occupazionale.

La CGIL torna a rivendicare la propria proposta di una gestione della fabbrica a maggioranza pubblica e sottolinea le criticità denunciate nel tempo sul fronte delle manutenzioni e della sicurezza degli impianti.

Ora, secondo il sindacato, l’emergenza è soprattutto sociale. L’obiettivo immediato indicato è la messa in sicurezza sociale delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal blocco dei licenziamenti nell’indotto e dalla tutela del reddito.

«Non accetteremo passivamente un piano che risolva il tutto con anni di cassa integrazione o peggio ancora licenziamenti già annunciati», afferma D’Arcangelo, ribadendo che la decarbonizzazione resta possibile e deve essere accompagnata da un vero progetto industriale.

Casartigiani: «Tutelare imprese e lavoratori e accelerare sulla riconversione»

Anche Casartigiani considera la conferma dello stop dell’area a caldo un passaggio decisivo per il futuro economico di Taranto e ribadisce la necessità di una reale transizione verso una produzione più sostenibile.

Il coordinatore regionale di Casartigiani Puglia, Stefano Castronuovo, sottolinea che la difesa dell’occupazione e dell’economia del territorio deve procedere insieme alla tutela della salute e dell’ambiente, ma avverte delle possibili ripercussioni sul sistema produttivo.

Particolare attenzione, secondo l’associazione, dovrà essere riservata alle imprese dell’indotto, comprese quelle dell’autotrasporto e le realtà che operano a monte e a valle dello stabilimento. Casartigiani chiede strumenti concreti per affrontare la fase di transizione, insieme a interventi straordinari sul fronte di imposte e tributi, deroghe e misure di sostegno per evitare che le aziende siano costrette a interrompere le proprie attività o a ridurre i livelli occupazionali.

L’associazione chiede quindi al Governo e alle istituzioni un decreto straordinario per Taranto e per il suo sistema produttivo, capace di coinvolgere anche micro, piccole e medie imprese e di sostenere una diversificazione dell’economia locale.

«La transizione non può significare lasciare indietro nessuno», sottolinea Castronuovo, indicando nelle bonifiche delle aree dismesse e nella loro successiva restituzione al territorio un altro elemento centrale della strategia.

Il nodo è il «giorno dopo»

La decisione della Corte d’Appello di Milano fissa dunque un punto fermo: entro il 28 ottobre 2026 l’area a caldo dovrà fermarsi, mentre sul piano occupazionale la situazione torna a farsi critica con la ripresa della procedura dei licenziamenti collettivi nell’indotto.

Le reazioni confermano una netta differenza nelle posizioni sul percorso da seguire. Europa Verde considera lo stop l’occasione per accelerare la costruzione di un modello economico alternativo alla monocultura dell’acciaio. USB e CGIL chiedono un forte intervento pubblico, garanzie occupazionali e un piano di bonifiche e decarbonizzazione. Confindustria propone invece una fase temporanea di produzione ridotta, accompagnata da investimenti pubblici nella trasformazione tecnologica. Casartigiani richiama l’attenzione sulle piccole e medie imprese dell’indotto.

Dal fronte di Fratelli d’Italia, Perrini e Iaia insistono sulla necessità di tutelare i lavoratori e di costruire una strategia per il futuro del territorio, con Iaia che pone l’accento sulla necessità di andare oltre la contrapposizione sulla chiusura e di definire concretamente cosa accadrà «il giorno dopo».

Ed è proprio questo il nodo che ora il Governo dovrà affrontare: come accompagnare lo stop dell’area a caldo senza trasformarlo in uno shock occupazionale e produttivo e, nello stesso tempo, come garantire una reale transizione verso un modello industriale compatibile con salute e ambiente.

Il 28 ottobre è ormai una scadenza precisa. Per Taranto, la partita non riguarda più soltanto il destino degli altiforni, ma il futuro economico e sociale di un intero territorio.

(Foto Giustizia per Taranto)