Traffico di oloturie: sequestrati due magazzini e denunciate tre persone

Due magazzini utilizzati per la lavorazione di prodotti ittici, sono stati posti sotto sequestro

preventivo dagli agenti della Questura e dai militari della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Taranto che, alle prime ore di questa mattina, hanno eseguito un provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica del capoluogo ionico.
I due depositi venivano usati da un’organizzazione radicata nell’area tarantina per lo stoccaggio e la lavorazione di ingenti quantitativi di Oloturie, i c.d. “Cetrioli di Mare”. Si tratta, comìè noto, di esemplari di una specie ittica, appartenente alla famiglia degli echinodermi, noti per le elevate capacità filtranti, che vengono letteralmente “razziate” dal litorale della provincia di Taranto, da Capo San Vito a Punta Prosciutto.
Il fenomeno è alimentato dalla fortissima e continua domanda di questo prodotto da parte dei Paesi Asiatici – in particolare, della Cina – dove lo stesso trova utilizzo nel settore farmaceutico, cosmetico e, non ultimo, in quello alimentare, tale da aver determinato la costituzione, a Taranto, di un vero e proprio “sistema” organizzato, di tipo imprenditoriale, che avvalendosi di numerosi soggetti, coinvolti a vario titolo, gestisce tutte le fasi del ciclo produttivo: dalla cattura alla mondatura mediante eviscerazione del prodotto, alla bollitura, fino all’esportazione, specialmente verso Hong Kong.
Il giro d’affari derivante dalla commercializzazione delle oloturie è impressionante. Si consideri che, se un pescatore guadagna circa 0,80 euro per ogni chilogrammo di Oloturie raccolte, gli addetti alla pulizia del prodotto guadagnano dai 30 ai 50 euro al giorno, mentre il prodotto finito rende circa 7 euro al chilogrammo all’imprenditore ittico che lo esporta in Cina, dove viene messo sul mercato a cifre esorbitanti, oscillanti dai 200 ai 600 dollari al chilogrammo, generando un vero e proprio business milionario.
Per comprendere meglio la portata del fenomeno, va detto che l’esercito di pescatori tarantini – specialmente gli abusivi – storicamente dediti alla raccolta dei ricci di mare lungo il litorale Jonico, si è in gran parte riconvertito alla pesca delle oloturie, dal momento che i guadagni sono esponenzialmente superiori ed il “rischio d’impresa” è praticamente nullo, atteso che, allo stato attuale, nel nostro Paese non esiste alcuna disposizione di legge che regolamenti questo tipo di pesca, che si sta traducendo in una vera e propria “mattanza incontrollata” di tale specie ittica, della quale il nostro mare si sta rapidamente impoverendo.
Sulla base di studi condotti da autorevoli centri di ricerca, è emerso che le Oloturie sono organismi “detritivori” in quanto ingeriscono sabbia, fango e, in generale, i sedimenti che costituiscono il fondo, quindi trattengono, nutrendosene, le particelle di materiale organico (microalghe, batteri, ecc.) in essi presenti ed espellono le parti non viventi. Queste ultime, emesse con le feci, possono essere ricolonizzate da batteri, funghi, protisti etc. così da iniziare un nuovo ciclo.
Uno studio condotto proprio presso l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto CNR (Stabili et al., 2013) ha evidenziato che se le Oloturie sono messe a contatto con un refluo fognario ad elevata concentrazione batterica, esse sono in grado di accumulare e di digerire una considerevole quantità dei microrganismi, anche patogeni, presenti nello stesso refluo.
Dunque, questi organismi risultano essere dei veri “biorimediatori naturali”, capaci di assimilare e abbattere i batteri, compresi quelli potenzialmente patogeni, fornendo, quindi, alle popolazioni rivierasche, un servizio “eco-friendly” di depurazione degli inquinanti batterici presenti nell’ambiente marino.
Le oloturie, inoltre, concorrono a impedire l’insorgere di crisi anossiche e favoriscono l’insediamento delle fanerogame marine, Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa, che sono specie protette e realizzano gli habitat con la più alta produttività negli ecosistemi marini e salmastri.
Ne deriva che la pesca eccessiva ed indiscriminata di Oloturie ne può causare l’estinzione di una o più specie, se non di tutte, presenti in una determinata zona, con una conseguente diminuzione della biodiversità, tale da compromettere la stabilità dell’ecosistema di riferimento, rendendolo, quindi, più vulnerabile alle varie pressioni cui è sottoposto, antropiche e non, oltre alla perdita di numerosissimi “servizi” resi agli ecosistemi.
L’intervento di oggi, quindi, scaturisce dalla necessità di arginare la distruzione della biodiversità e l’alterazione dell’ecosistema marino derivanti dall’“asportazione totale” in atto delle Oloturie presenti sui fondali marini del litorale Jonico, in quanto non vi è dubbio che la stessa non troverà sosta se non quando non saranno più presenti esemplari da raccogliere.
Per questo, due uomini ed una donna, considerati responsabili dell’attività, sono stati denunciati in stato di libertà per associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento ambientale ed al disastro ambientale.

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