Omicidi e segreti nel romanzo d’esordio di Michelangelo de Angelis
Un omicidio. Un segreto. Un amore travolgente, non previsto.
Andrea Lorusso non perde mai un caso. Penalista in ascesa, marito e padre impeccabile. Quando gli affidano Mattia, un giovane accusato di omicidio, tutto sembra già scritto: le prove sono schiaccianti, il verdetto è scontato. Poi, quell’incontro, quello sguardo. Un ragazzo enigmatico, che non sembra legato al caso.
Con il giallo che fa da sfondo, Il ragazzo che non aveva le parole è un romanzo introspettivo intenso e profondo, che intreccia mistero, desiderio e identità. Una storia intima e potente, che parla di scoperta di sé, del coraggio di amare e di non lasciarsi definire da nessuna etichetta.
Abbiamo incontrato l’autore, Michelangelo de Angelis, per chiedergli di più sul suo romanzo d’esordio.
Come nasce la tua passione per i libri?
Credo che la passione per i libri nasca, in primis, dal bisogno di ascoltare storie prima ancora di raccontarle. Da ragazzo leggevo per conoscere persone nuove, per vivere situazioni diverse, anche solo sulla carta. Leggevo per capire meglio chi mi circondava e anche me stesso, data la complessità dell’adolescenza vissuta da giovane ragazzo gay di provincia del Sud. Poi, col tempo, ho capito che scrivere poteva essere un modo per restituire qualcosa di quel conforto ricevuto per tanti anni. I libri mi hanno insegnato che le parole, quando arrivano nel momento giusto, possono davvero cambiare le cose.
Qual è la genesi di questo tuo primo romanzo?
Il ragazzo che non aveva le parole è nato da un’infinità di immagini vissute, conversazioni ascoltate e persone conosciute negli anni. Non nasce da fatti reali, ma la storia è il risultato di tanti tasselli della mia esistenza che hanno composto il puzzle finale. Da lì è cresciuta l’idea di un romanzo in cui il silenzio diventa protagonista, insieme alla possibilità di ricominciare. È una storia che parla di trauma, di amore e di rinascita, e che si è nutrita anche della mia curiosità per le relazioni umane e i meccanismi dell’empatia.
Ne “Il ragazzo che non aveva le parole” mescoli il giallo psicologico e l’elemento queer alla narrativa contemporanea. Come vai a dosare tutti questi elementi?
È stato un equilibrio da cercare passo dopo passo nei due anni impiegati per la stesura. Non volevo che il romanzo fosse solo un giallo, né soltanto una storia d’amore. Volevo che ogni elemento servisse a esplorare la complessità dei personaggi, non a incasellarli in un genere. L’identità queer, l’indagine giudiziaria, il dolore e la speranza convivono perché nella vita reale si intrecciano continuamente. La sfida è stata proprio questa: farli convivere in modo naturale, senza forzature. Trovo tuttora difficile categorizzare il mio romanzo in un solo genere, e credo che questa ambiguità sia una delle sue forze.
Hai inserito la storia di Andrea in un contesto particolare, come l’ambiente forense. Come hai gestito questo “sfondo”?
Ho cercato di raccontarlo in modo realistico, ma senza farne un romanzo “giuridico”. L’ambiente forense resta di sfondo ed è soprattutto lo specchio attraverso cui osserviamo Andrea: un uomo che, dietro la logica e il controllo, nasconde una ferita profonda. Il tribunale diventa un luogo simbolico, dove si giudicano non solo i fatti ma anche le persone, le intenzioni, le emozioni. E questo, in fondo, è il cuore del romanzo: le emozioni, non l’aula di tribunale.
E poi, c’è Caserta, Napoli, la Campania. Tanto sfondo quanto protagonista. È, soprattutto, la tua casa.
Sì, la mia terra è una presenza viva nel romanzo, oserei dire vivissima. Non solo come paesaggio, ma come tessuto emotivo. Volevo che chi legge sentisse l’odore delle strade dopo la pioggia, il calore della gente, i rumori, i profumi e tutte le contraddizioni di un Sud pieno di luce e di ferite. È un modo per restituire dignità e bellezza a luoghi che spesso vengono raccontati solo per i loro problemi, dimenticando quanto cuore ci sia dentro.
Quanto ti hanno dato i personaggi di Andrea e Manuele? E quanto ti ha dato questo romanzo in termini emozionali?
Molto. Andrea e Manuele sono diventati, strada facendo, due voci interiori con cui ho dialogato a lungo in questi due anni. Andrea mi ha insegnato che si può trovare la forza anche nei momenti in cui tutto sembra buio e senza speranza, e Manuele che il dolore non cancella la possibilità di amare, anche quando non si hanno le parole per dire “ti amo”. Scrivere questo romanzo è stato un percorso personale prima ancora che narrativo: mi ha fatto capire quanto sia importante ascoltare, accogliere e avere il coraggio di dire la verità, anche quando fa male.
Trovate “Il ragazzo che non aveva le parole” su Amazon.
Asia Pichierri

