Ex Ilva, i Verdi rivendicano 14 anni di battaglie: «Taranto ha diritto a un futuro senza veleni»
La decisione della Corte di Cassazione sul futuro dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto riaccende il confronto tra tutela della salute, salvaguardia dell’occupazione e riconversione industriale. A intervenire è Anna Mariggiò, esponente di AVS, Rifondazione Comunista, Demos e Civici a Sinistra, che richiama le battaglie ambientaliste condotte dai Verdi fin dal 2012 e sollecita il Governo ad assumere iniziative concrete. Al centro della richiesta, un piano di riconversione ecologica ed economica, interventi di bonifica e garanzie per i lavoratori, affinché il territorio possa superare definitivamente la contrapposizione tra diritto alla salute e diritto al lavoro.
«Con la sentenza n. 28087/2026, pubblicata il 29 ottobre, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto sia il ricorso di Ilva in amministrazione straordinaria sia quello di Acciaierie d’Italia. Diventa così definitivo il decreto del 27 luglio 2026 con cui la Corte d’appello di Milano aveva ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. L’area a caldo potrà ripartire solo quando sarà stato rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e le emissioni di polveri sottili saranno state ricondotte entro limiti di sicurezza.
È una decisione storica: la più alta giurisdizione del Paese conferma, nel solco della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024, che quando un impianto presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute la sua attività deve essere sospesa, e che il rispetto formale di un’autorizzazione amministrativa non basta a escludere il rischio per la salute dei cittadini.
Il primo ringraziamento va ai cittadini e ai genitori di Taranto che, con i loro avvocati, hanno promosso e portato avanti l’azione inibitoria fino all’ultimo grado di giudizio. Ma a questa sentenza si è arrivati anche grazie a un lavoro politico lungo e spesso solitario, che i Verdi conducono da oltre quattordici anni.
Nel 2012, quando parlare di chiusura dell’area a caldo significava essere accusati di voler distruggere il lavoro, i Verdi presentarono alla città, con Angelo Bonelli candidato sindaco, un programma che chiedeva esattamente questo: la fine dell’«economia della diossina», la separazione dell’area a caldo da quella a freddo, le bonifiche affidate agli stessi operai, la diversificazione dell’economia tarantina. Da allora si sono susseguiti esposti alla magistratura sugli incidenti e sugli sversamenti nello stabilimento, opposizione ai decreti «salva-Ilva» che, governo dopo governo, hanno consentito di produrre in deroga alle norme ambientali, e all’immunità penale concessa ai gestori; iniziative parlamentari con interrogazioni e interpellanze per far emergere i costi pubblici dello stabilimento e il mancato rispetto delle prescrizioni.
Per anni è stato raccontato che salute e lavoro erano in alternativa e che chi denunciava l’inquinamento metteva a rischio l’occupazione. La sentenza della Cassazione dimostra che avevamo ragione: il diritto alla salute non è negoziabile
Ora però la sentenza non basta. Spetta al Governo, che ha preferito rinviare e scaricare sulla magistratura scelte che erano politiche, assumersi la responsabilità di ciò che viene dopo. Chiediamo un piano nazionale di riconversione ecologica economica con tempi e risorse certi:
bonifica del Sito di interesse nazionale affidata ai lavoratori oggi in cassa integrazione; garanzia del reddito e prepensionamento per gli esposti all’amianto; utilizzo unitario del Just Transition Fund e dei fondi europei; rilancio del porto, del turismo, della pesca e della mitilicoltura; registro tumori e sorveglianza sanitaria pienamente operativi.
Nessun lavoratore deve pagare il prezzo di decenni di scelte sbagliate. Taranto ha diritto a un futuro senza veleni, e i Verdi continueranno a battersi perché quel futuro arrivi».
Anna Mariggiò – AVS Rifondazione Comunista Demos e Civici A Sinistra

