Taranto, dalle “cattedrali nel deserto” ai Giochi: la sfida è costruire un futuro che nasca dalla città

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Cosa resterà a Taranto quando si spegneranno i riflettori sui Giochi del Mediterraneo? È questa la domanda da cui parte la riflessione di Gianni Liviano, presidente del Consiglio comunale di Taranto, che guarda all’esperienza della manifestazione sportiva attraverso la lente della storia economica della città e di quella definizione, utilizzata dallo storico Roberto Nistri, di “cattedrali nel deserto”.

Nistri utilizzava questa espressione per descrivere due grandi motori dell’economia tarantina, l’Arsenale e l’Italsider: realtà capaci di produrre, in determinate fasi, reddito, occupazione e sviluppo, ma nate da decisioni assunte prevalentemente al di fuori della città. Investimenti esogeni, dunque, frutto di scelte nazionali e non di processi di crescita maturati all’interno della comunità.

Ed è proprio questo elemento che Liviano individua come chiave di lettura per interrogarsi sul presente e sul futuro di Taranto.

Arsenale e Italsider furono scelte compiute altrove e accolte inizialmente con entusiasmo dalla città. L’Arsenale crebbe soprattutto nei periodi di guerra, quando l’aumento della domanda di lavoro favorì anche l’arrivo di numerose famiglie da altre parti d’Italia. Con la fine dei conflitti arrivarono però recessione e difficoltà occupazionali, con ripercussioni anche sulla cantieristica navale e sull’indotto.

Un percorso analogo interessò l’Italsider, che per anni garantì occupazione e ricchezza, ma il cui destino rimaneva inevitabilmente legato alle dinamiche del mercato internazionale dell’acciaio.

Guerra e mercato internazionale, osserva Liviano, hanno così finito per dettare i tempi dello sviluppo tarantino. E la città, oltre a non essere stata pienamente artefice del proprio destino, non è riuscita a costruire intorno ai grandi insediamenti un sistema economico autonomo e diversificato, capace di ridurre la dipendenza dalle sorti di Arsenale e Italsider.

Da qui la metafora delle “cattedrali nel deserto”.

E i Giochi del Mediterraneo cosa c’entrano?

Ed è proprio a partire da questa storia che Liviano guarda ai Giochi del Mediterraneo. Anche in questo caso, sostiene, il percorso è stato prevalentemente esogeno.

L’idea originaria, maturata anche attraverso il lavoro che portò alla legge speciale per Taranto, era quella di costruire un percorso bottom up, nel quale fosse la città a proporre e organizzare un grande evento sportivo internazionale come strumento di sviluppo.

Il modello seguito è stato invece top down, attraverso una gestione commissariale. La città, in sostanza, non ha deciso direttamente se e come realizzare i Giochi, ma ne ha accompagnato il percorso, tra applausi, critiche, commenti e infine la partecipazione ai quattordici giorni della manifestazione.

Quattordici giorni che Liviano definisce di “bellezza artificiale”.

Il punto, però, non è stabilire se i Giochi siano stati belli o brutti. Per Liviano “sono stati bellissimi”. La questione decisiva è capire cosa resterà una volta terminata la manifestazione.

Se resteranno soltanto impianti, fotografie, ricordi e la parentesi di due settimane, il rischio è quello di avere costruito un’altra grande cattedrale nel deserto.

Se invece i Giochi saranno capaci di innescare un cambiamento più profondo, allora potranno rappresentare un’occasione per ripensare la città e il suo futuro: dalla percezione che Taranto ha di se stessa alla narrazione del territorio, fino alla capacità di elaborare una vera visione strategica.

La sfida, in altre parole, è trasformare un processo esogeno in un’opportunità per costruire percorsi endogeni, fondati sulla qualità, sulle competenze e sulla capacità della comunità di diventare finalmente protagonista delle proprie scelte.

Per Liviano, questa responsabilità ricade innanzitutto sulla politica, chiamata ad attivare questi percorsi. Ma riguarda anche l’intera comunità tarantina.

I Giochi stanno per finire. La vera partita, quella sul futuro di Taranto, comincia adesso.