Manduria e la sua storia antica: tra leggenda e realtà

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La storia di Manduria, antica città messapica, risale all’VIII secolo a.C., quando i Messapi, popolazione di origine illirica, decisero di occupare il territorio che oggi corrisponde al Salento e alle Murge meridionali.

Pertanto, se la data di fondazione è incerta, decisamente più sicura è l’aura di mistero che avvolge la città antica e che a sua volta comprende il Parco Archeologico delle Mura Messapiche, la necropoli e la Chiesa di San Pietro Mandurino. Interessati, negli ultimi mesi, da importanti finanziamenti per lavori di restauro e loro valorizzazione, i siti concedono, al visitatore, interesse ed una buona dose di meraviglia visiva.

La visita guidata, condotta da una professionale quanto empatica Anna Zingarello Pasanisi, produce vibrazioni che vanno oltre la narrazione storica perché calano il fruitore in veri e propri pezzi di storia, dove percorsi illuminati, possenti lastre di pietra, riferimenti architettonici, antichi affreschi e vegetazione locale, rievocano momenti di vita quotidiana.

Se i tre siti, rappresentano l’antica città della quale ancora oggi possiamo avere testimonianza nella nuova, anche attraverso le mura di cinta più esterne, re indiscusso resta il Fonte Pliniano, del quale storia e leggenda si contendono amabilmente la narrazione.

Situato all’ingresso del Parco, nella sua parte interna, esso resta uno dei simboli principali della città, al quale Plinio il Vecchio ha dedicato un riferimento nella sua Naturalis Historia e del quale ne porta il nome. La bellezza del Fonte Pliniano, o “Lu Scegnu” nella sua tradizione popolare, se da un lato risiede nella sua storia alimentata anche di leggenda, dall’altro è monumentale nel suo aspetto architettonico. E’ costituito, nella parte bassa, da una grotta, grande caverna carsica naturale di 18 metri di diametro e 8 di altezza, e reso accessibile da una scala in metallo a due rampe, che sovrasta quella naturale, scavata anticamente nella roccia. Nella sua parte alta, si apre e si può ammirare un grande lucernario quadrato formato da grandi blocchi posti in opera nel periodo messapico. Su di un muro interno circolare, c’è un mandorlo che la tradizione vuole esistente sin dall’antichità. Ed è qui che la storia si impreziosisce di mistero: si narra che i guerrieri messapi, necessitando di nascondere i bottini di guerra nella grotta, abbiano appeso dei tralci d’oro fuso al mandorlo, celando la chioccia d’oro nel pozzo con ben dodici pulcini, la Cerva Regia che protegge un tesoro. Altra versione, il bottino d’oro, fuso in forma di mandorle, quale segno di trionfo e ringraziamento. Scendendo giù nella grotta, già sulle scalinate si può sentire il dolce rumore dell’acqua che scroscia ed un leggero per poi aumentare, senso di frescura misto ad umidità, degno di una grotta carsica. Ed è proprio il concetto dell’acqua che possiamo trovare come riferimento ed elemento costante: intesa come fonte di vita per le sue importanti proprietà terapeutiche ma anche come elemento di mistero, il suo livello resta costante per un motivo ben preciso: trovandosi il pavimento della caverna a livello di falda, l’acqua filtra da più parti nella roccia, conservandone un perenne livello, spiegabile oggi, con la teoria dei vasi comunicanti. Il fonte mandurino così come piace definirlo a Plinio il Vecchio, diventa subito un simbolo di importanza spirituale ma anche civico. Infatti lo troviamo come stemma della città dopo che le sue iniziali sono state riferimento per le famiglie nobili di Manduria, un tempo Casalnuovo; sullo stipite della Porta dell’ingresso della Chiesa Madre; come riferimento del Librone Magno; del pulpitolino della Fonte Battesimale che con l’Unità d’Italia e con decreto che ne sancisce il simbolo, la fonte battesimale viene trasformata in un pozzo e le due lettere iniziali che facevano riferimento alle Famiglie, lo diventano per il Fons Mandurinus.

Esternamente, il visitatore può godere di altre tre bellezze: sulla piazza antistante il Parco,  dimesso ma maestoso nel suo silenzio e nel suo essere solitario, c’è un pozzo, fonte di acqua e per questo di vita, che risale, nella sua costruzione, al secolo in corso; più avanti, una vasca piena anch’essa di acqua che riflette i colori della natura tra cielo e vegetazione e al centro il mosaico “Fonte della Bellezza”. Realizzato dal maestro ceramista Antonio Vestita, lo si può ritenere una vera opera d’arte perché unisce tecniche tradizionali della ceramica graffita invetriata policroma mista a tecniche innovative. Il mosaico, ha un significato simbolico ma unisce il passato con il presente, la storia dei messapi che si intreccia con le generazioni più recenti perché si invitano i visitatori a “camminar leggeri sulle tracce e sui sogni di chi li ha preceduti, invitandoli a preservare e a non disperdere la bellezza e l’eredità storica del luogo…” . I suoi colori che spaziano dal blu al rosso, all’ocra al celeste, catturano lo sguardo e brillano nell’esatto momento in cui i raggi del sole, arrivano dritti su di esso. E’ in quel momento che si percepisce tutta la forza della vita in uno spazio senza tempo, alle porte dell’antica civiltà.

Visitare il Parco Archeologico, diventa un modo catartico attraverso cui poter varcare la soglia di un metaverso che, tra storia e leggenda, resta inciso nel nostro DNA.

Francesca Rita Nardelli