Manduria. Al convegno “Le parole contano: viaggio nel linguaggio di genere”, spunti di riflessione e consapevolezza sociale
Il linguaggio di genere è sostanzialmente una modalità comunicativa che evita stereotipi e discriminazioni ma che, al contrario, tende ad essere inclusiva. Si propone di rappresentare entrambi i generi contrastando l’uso del “maschile generico”: la finalità è quella di promuovere la parità
favorendo l’uguaglianza tra i generi. Da qui due conseguenze: da un lato, stimolare il cambiamento culturale adottando un linguaggio più adeguato che possa influenzare la percezione della realtà e portare atteggiamenti più rispettosi e meno discriminatori, e dall’altro, indurre ad una riflessione sulla ‘diversità’ cercando di rendere la lingua più inclusiva per tutte le identità di genere, comprese quelle non binarie, cioè quelle identità che si riferiscono a persone che a loro volta non si identificano come uomo o donna ma si collocano, appunto, al di fuori del binarismo di genere tradizionale. Le varietà di identità, delle quali ormai si parla spesso, sono state riconosciute dalle organizzazioni scientifiche ma, ancora, non è compresa e validata a livello sociale e legale. Tralasciando il legale, l’aspetto sociale è quello più importante, quasi la ‘conditio sine qua non’ affinchè si possa poi accogliere una normativa accettata dalla comunità.
Di questo interessante e complesso argomento, focalizzando il discorso sull’opportunità di declinare il sostantivo ‘al femminile’, se ne è parlato durante un convegno intitolato “Le parole contano: viaggio nel linguaggio di genere”, organizzato da Presidio Libera-Manduria nella persona di Flavia Però, con Arciconfraternita SS. Immacolata di Manduria e Unione Giuristi Cattolici Italiani-sezione diocesi di Oria, rappresentata dall’avv. Domenico Facchini. Ospite del convegno, Anna Rita Longo, divulgatrice scientifica e docente di media, divulgazione della scienza e giornalismo scientifico Unisalento.
Dopo i saluti iniziali di Vincenzo Baldari, priore dell’Arciconfraternita SS. Immacolata, che ricorda come la giornata del 25 novembre è stata instituita, a livello internazionale, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999, l’ interesse all’ascolto da parte dei presenti, è stato esplicitato in un clima di assoluta attenzione e concentrazione. Dal tavolo dei relatori, molti gli spunti di riflessione ma sicuramente un’ottima occasione per cominciare a riflettere su di un aspetto prima di tutto sociale e ancor più culturale, che affonda le sue radici in contesti storici anche complessi.
Per Flavia Però, attivista Libera, “il linguaggio può rendere invisibile il soggetto oppure dargli visibilità, può concedergli dignità o toglierla, può normalizzare alcuni atteggiamenti di violenza oppure negarli. Le parole contano perché possono generare rispetto o normalizzare la violenza. Pertanto è importante capire che la violenza non è l’atto ultimo e fisico, quello che si accanisce sulla persona, ma nasce molto prima, attraverso gli sguardi, comportamenti e parole che tendono a sminuire la donna. Se il potere maschile impone una declinazione al maschile, la società si ritrova impreparata ad accettarne quella al femminile. La trova non solo inutile ma soprattutto pericolosa perché mina un equilibrio adottato per consuetudine. E se la consuetudine porta alla logica del dominio e ne accetta tutte le sfaccettature, Libera, che per definizione non si piega ad esso, non può che sostenere anche questa “lotta”.
Con l’avvocato Domenico Facchini, si pone l’accento proprio su cosa significhi “linguaggio di genere” e su quante parole, ad uso quotidiano, riflettono una cultura patriarcale: “Anche la semplice parola ‘patrimonio’ ha insito in sé una radice che deriva dal latino e unisce sostanzialmente due parole, pater ( padre ) e munus ( dovere ). Si intuisce come, al di là di una riflessione voluta e praticata, tutto il nostro linguaggio contiene parole tossiche che, per abitudine, vengono esplicitate ed usate, incosciamente, per esprimere un concetto che a sua volta contiene un pregiudizio sociale e culturale proprio perché nascondono una cultura maschilista. Ricordare ed avere memoria di queste date particolari come ad esempio il 25 novembre, deve portare necessariamente a dei cambiamenti nei nostri comportamenti. Le parole possono creare dei ponti ma costruire muri. La soluzione a tutto questo risiede in un processo culturale, è bene che se ne parli, per poter acquisire una certa consapevolezza. Il contesto familiare è quello che produce più situazioni di violenza, meno linguaggio inclusivo, corretto e rispettoso”.
In perfetta sintonia con i precedenti interventi, il pensiero della dott.ssa Anna Rita Longo che, in possesso del Dottorato di ricerca europeo in filologia e letteratura patristica medioevale umanistica, docente di lettere e conoscitrice di giornalismo scientifico e culturale sui media, afferma come “proprio i media, giocano un ruolo fondamentale anche nella formazione di un soggetto. Capire attentamente cosa è il linguaggio di genere e perché è importante, aiuta una prima analisi. Il problema della discriminazione di genere ci vede tutti coinvolti ed ognuno di noi ha il dovere di riflettere anche sull’utilizzo di un semplice sostantivo che, declinato solo al maschile, non concede il giusto spessore alla donna. Soprattutto nel mondo del lavoro, il verificarsi di omissioni di “titoli” giusti, rappresentano non solo un problema di natura culturale che ormai è evidente, ma porta in sofferenza un percorso di crescita e cambiamento. Le nuove generazioni, sono quelle più esposte non solo perché spesso l’identità di genere viene confusa con l’identità sessuale, ma soprattutto perché nel vasto mare delle definizioni che spesso hanno bisogno di un approccio scientifico, vengono lasciate all’oblio di una società che sforna identikit sbagliati”.
Ancora una volta, la cultura gioca un ruolo importante e mai come ora, con una società in affanno da un punto di vista soprattutto sentimentale, diventa urgente esporsi come cittadini consapevoli ed informati.
Francesca Rita Nardelli

