Fontane pubbliche e gestione del territorio: la riflessione di Ferdinando Arnò
La discussione sulla chiusura di alcune fontane pubbliche di Avetrana si inserisce in un quadro complesso, dove alla tutela delle risorse idriche si affiancano criticità legate all’uso improprio di questi punti d’acqua da parte di alcuni cittadini.
In questo contesto, il contributo del maestro Ferdinando Arnò, che riveste anche la carica di consigliere comunale di ManduriAmo, offre una riflessione più ampia sul significato delle fontanine come elementi identitari e di servizio, interrogandosi sulle motivazioni e sulle modalità con cui è stata gestita la vicenda. La sua posizione, che pubblichiamo integralmente di seguito, richiama l’attenzione sulla necessità di trasparenza amministrativa e sulla responsabilità collettiva nell’utilizzo dei beni comuni.

Ferdinando Arnò: “tutta colpa delle fontane”
C’è un modo comodo, furbo, quasi offensivo di prendere una parola come “emergenza” e usarla per coprire una scelta amministrativa che, fino a prova contraria, non è stata spiegata fino in fondo.
Le fontane pubbliche non sono un tubo con un rubinetto.
Sono pezzi di paese.
Sono il gesto antico di fermarsi, bere, riempire una bottiglia, salutare qualcuno.
Sono memoria dei nostri nonni, dei bambini che giocavano per strada, dei contadini che rientravano, di un paese che si riconosceva anche dal rumore dell’acqua.
Una fontana pubblica non è solo acqua: è civiltà.
Per questo contesto profondamente la narrazione costruita attorno alla chiusura delle fontane pubbliche di Avetrana. Nessuno nega che l’acqua sia un bene prezioso. Nessuno nega che vada tutelata. Anzi: proprio perché l’acqua è sacra, non può essere amministrata con slogan, mezze verità e decisioni calate dall’alto.
E soprattutto c’è un dato che va detto con chiarezza: non siamo in emergenza idrica. Lo conferma anche AQP. E allora diventa ancora più incomprensibile usare oggi questa parola per giustificare una decisione che, peraltro, risale al 2024. Se quella scelta è stata presa allora, oggi non può essere rivestita a posteriori con l’abito dell’urgenza. Non ha senso amministrativo, non ha senso politico, non ha senso nei confronti dei cittadini.
Prima di chiudere, bisogna spiegare.
Quanto consumavano davvero?
Quanti abusi sono stati accertati?
Qual è il risparmio reale previsto?
Senza questi numeri, parlare di “razionalizzazione” è troppo facile.
E se il problema sono le autobotti, i prelievi abusivi, l’irrigazione di orti privati o il lavaggio dei mezzi, allora il problema non sono le fontane. Il problema è il controllo del territorio. Se qualcuno ruba acqua pubblica, non si punisce il paese intero.
Io l’ho scritto anche parlando di Manduria: chioschi, fontane e servizi pubblici non sono dettagli secondari. Sono il volto gentile di un paese. Sono quei piccoli segni che rendono uno spazio pubblico davvero pubblico. Una comunità non si misura solo dalle grandi opere, ma anche da queste cose semplici: una panchina, una fontana, un chiosco, una piazza curata, un luogo dove fermarsi.
Per questo non accetto che si liquidi tutto con la formula dell’emergenza idrica.
L’acqua si difende amministrando meglio, non togliendo ai cittadini ciò che appartiene alla storia del paese.
Le fontane pubbliche sono un’eredità.
E le eredità si custodiscono.
Si restaurano.
Non si spengono.
E quando si usa l’emergenza per spegnere pezzi di storia, il dubbio della malafede non è un insulto: è una domanda politica legittima.
