“Dialetto e identità: il tesoro delle parole perdute”
Con il passare del tempo, ogni cosa che è sottoposta all’interesse dell’uomo e tutto ciò che ha a che fare con la sua quotidianità, prende forme diverse, assume importanza differente e così, se accettata dalla maggior parte, diventa una tendenza, una moda.
Che sia un oggetto, un modo di dire, un accessorio, divengono punto di riferimento di massa e parte integrante di abitudini che appaiono sin da subito consolidate, anche se di consuetudinario c’è ben poco. La riflessione lascia spazio all’impulsività, alla superficialità, alla disattenzione e l’uso spesso smodato dei social, accelera questa condizione, indicando per lo più percorsi sbrigativi ed anche poco comunicativi. Così, tutto ciò che è tradizione, usanza, si perde in una parola di nuova invenzione: il lessico cambia e con esso anche l’idea di “quella cosa”: risulta sempre più difficile mantenere vive le “tradizioni”, quelle che, paradossalmente, fanno poi da cassa di risonanza per le novità!
Nel “pacchetto della tradizione” troviamo l’uso del dialetto, sistema linguistico prettamente riferibile ad un ambito geografico, contrapposto a quella che storicamente si impone come la lingua nazionale o ufficiale. Ai tempi di Dante Alighieri, il dialetto era la lingua di “cultura”. Oggi, a distanza di quasi 800 anni, esso è ascrivibile ad una cerchia definita di uomini e donne che per pigrizia lessicale o nostalgia, decidono invece di parlarlo. E quando il contesto sociale e l’ubicazione geografica risultano essere il prodotto di una consapevolezza identitaria, il dialetto rinnova il concetto di comunità. L’identità locale si esplicita attraverso le parole, quelle che ormai non si usano più, dove accenti e fonetica hanno un ruolo principale.
Così, nel libro di Leonardo Di Maggio, “Dizionario delle parole perdute – di Uggiano Montefusco”, il dialetto diventa lo strumento per potersi distinguere attraverso un’identità locale forte e riscattante. Presentato durante la Sagra di San Domenico ad Uggiano Montefusco, il dizionario, così come piace definirlo dall’autore, diventa un progetto di ricostruzione e mantenimento identitario, nel ricordo non solo di una parola ma del significato e del contesto che da quella parola si evincono. “Le parole dialettali che assorbono i fatti, gli episodi, i luoghi e le persone – così come recita la premessa del dizionario – costituiscono un vero e proprio dizionario di saggezza contadina e popolare, di esperienze vissute”.
Così, il fascino della parola dialettale, evoca storie, personaggi, usanze locali: l’espressione che indica il moto a luogo a Castieddu, viene usata per dire che si sta andando in Piazza Castello, centro di vitalità sociale, scambi economici e riflessioni politiche; con alla Croci, si vuole specificare il posto, alla fine di Via per Manduria, dove fino agli inizi degli anni ’80, si accompagnavano, nel corteo funerario, i compaesani defunti, con il conseguente scambio delle condoglianze; il canistraru, indica l’artigiano che lavora canne e giunchi con i quali realizza cannizzi, canistri e panari. Questa espressione, rievoca non solo una forma d’arte ma soprattutto riporta al ricordo del compaesano Cosimo Calò.
Con giru ti donna Lucietta, siamo negli anni ‘50/’60. L’espressione usata dai ragazzini di Uggiano, indicava una gara di corsa che partiva dalle colonne di Cappella di San Nicola, per poi continuare in via Palazzi, via Cupone, via Forno, via Chiesa e ritorno alla Cappella. In via Cupone, abitava la nobildonna Lucia Marasco, nipote di donna Carmela Screti, proprietaria della masseria Le Fiate (Fiatti).
Nomi, accadimenti, momenti vissuti, luoghi e persone…sono testimonianza di una tradizione che, supportate da alcune parole ed espressioni tipiche, segnano e definiscono una comunità, quella di Uggiano Montefusco che, nel corso degli anni, ha saputo mantenere una propria cultura e tradizione, con il dolce peso di secoli di storia locale. La Sagra di San Domenico, promossa da anni dall’Associazione Culturale Aracne, racchiude così la volontà e l’auspicio di un progetto: lo scorrere del tempo nella bellezza delle tradizioni.
Francesca Rita Nardelli

