Descrivere le passioni: Javier Marias e “L’uomo sentimentale”

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“L’uomo sentimentale” di Javier Marias si muove all’interno delle strutture della mente. Tutto ruota attorno alla capacità di comprensione dei suoi pensieri messa “in scena” dal protagonista, il Leone di Napoli, un cantante teatrale che, nonostante sia stato reso celebre proprio dalla sua voce, per tutto il romanzo sembra faticare a trovarne una.

Fin dall’inizio ci dà l’impressione di introdurci, come attraverso una fessura, una serratura, all’interno della sua testa, dove riusciamo a muoverci come in un labirinto. Lo stile, prolisso e complesso, rende la narrazione un interminabile flusso di coscienza di questo protagonista, che, come lui stesso ci dice, fatica a pensare da diverso tempo. “Sono quattro anni che non penso”, ci tiene a sottolineare, evidenziando un’attività che ha occupato per gran parte della sua vita una buona fetta del suo tempo, della sua quotidianità. Mette l’attività del pensare al pari di una normale azione, normalizzandola, come se ci dicesse che non fuma da quattro anni. In diversi punti, i suoi appunti matti e disperati (mi hanno ricordato, per tanti versi, la funzione del diario terapeutico che sta alla base, sul piano letterario, di capolavori novecenteschi come “La coscienza di Zeno”, in una lotta tra odio e amore verso i propri pensieri, di rifiuto e accettazione).
I suoi pensieri sono confusi, come se fosse eternamente in un sogno. Il sogno. Tutta la sua digressione parte da un sogno e si conclude con il sogno, come se preferisse immaginare la sua stessa vita, invece che viverla.
E poi ci sono tutti i personaggi che nel suo sogno sono comparse, o che nella sua vita sono spettatori. Li vediamo muoversi come se fosse in scena, come in una pièce teatrale o come in un suo spettacolo. Li invita ad assistere alla scena in un’ossessione quasi pirandelliana, nonostante non occupino un ruolo particolarmente nella sua vita – eccetto per Natalia, che lo segue nelle sue tappe –, ma a cui invia biglietti di ingresso accompagnati da lettere per dare delle dimostrazioni (è il caso del patrigno, un uomo descritto come un burbero e maniacalmente autoritario, che lo obbligava, da piccolo, a informarlo di tutti i suoi spostamenti in giro per casa, persino da una stanza all’altra).
Abbiamo, poi, Berta, la persona con cui ha condiviso un tratto della sua vita a Barcellona, ma che non ha mai amato davvero. Il suo spazio all’interno del libro è minimo, il clima tra i due è di indifferenza, tanto che i loro cammini si separano e la notizia della morte della ex-compagna lo raggiunge attraverso una lettera, firmata dall’ultimo marito della donna. Condividevano un letto, ma non condividevano l’amore. Lei vicino a una finestra, lui che aveva ceduto il “suo” spazio. Dopo la fine della convivenza, il narratore ci tiene a informare il lettore che il suo nuovo appartamento ha finestre su tre lati, per compensare quel momento di accettazione del desiderio dell’altro.
C’è Dato, il cui mestiere è fare l’accompagnatore, e che media la conoscenza tra il protagonista e Natalia Manur, ponendo le basi per un amore che, in realtà, è una proiezione, un’idealizzazione del sentimento in sé.
La Manur è sposata con un banchiere belga, ma l’attenzione per questo amore così strano ci trascina nelle idee contorte di quest’uomo. Pensa a Natalia, ma i pensieri di Berta irrompono nella sua mente. Chissà se il calendario che apparteneva alla casa in cui si era spostata, con il suo nuovo marito, era lo stesso che condividevano loro due. E poi pensa all’uomo che sta accanto a Natalia, prima visto come un’idea e poi come una presenza pesante nella vita della donna. Il matrimonio tra i due sembra fin da subito privo di fondamenta, tanto che Natalia mette a disposizione del marito il suo corpo in maniera passiva, attendendone la fine come se si trattasse di un corpo non suo, fino all’istante in cui il tocco dell’uomo sulla sua pelle non si allontana e l’uomo cade nei meandri del suo sonno. Scoprirà che i Manur sono sposati perché l’uomo, innamorato di lei, ha acconsentito a “comprarla” da un padre che aveva perso tutti i suoi averi. Una transazione comoda e veloce, che questo marito quasi giustifica con l’amore che prova da sempre per Natalia. La ama e, finché non ci sarà un amante nella vita della moglie – sono le stesse idee che l’uomo condivide con quel potenziale e futuro amante – lui vivrà di una speranza vana e superficiale.
La presenza di Natalia nella vita del Leone di Napoli – come lui stesso si definisce in una sovrapposizione della professione al suo essere più profondo – è per lui ossessiva. La chiama, una notte, poco dopo essersi salutati, alla presenza dell’immancabile accompagnatore Dato. Lei non risponde. La voce che giunge alle sue orecchie è maschile: è suo marito. Fa cadere la cornetta e decide di chiamare Claudina, una prostituta che si presenta pochissimo tempo dopo da lui. Ma non ha nessuna intenzione di “usarla” o sfogare su di lei le sue frustrazioni. Ha bisogno di parlare, di non sentire quel senso di solitudine che lo pervade. Le fa delle domande personali, la donna mente e lui accetta una versione dei fatti che, si rende conto, è tutta una finzione. Un po’ perché anche la sua vita lo è.
L’ossessione di Natalia si muove tra sonno e realtà, fino a una nuova fase in cui i due possono legarsi sentimentalmente. Condividono un letto, ancora una volta, come era successo con Berta, ma la monotonia lo travolge ancora, fino a una cesura: Manur prova a togliersi la vita, e ci riuscirà, con un colpo di pistola. “Comincia a morire”, sostiene il narratore, ancora una volta banalizzando e teatralizzando un’azione che rende quasi quotidiana.
Manur muore e il Leone di Napoli arriva a fine giornata focalizzandosi sui suoi futuri sogni notturni, mentre l’immagine del defunto si presenta davanti a lui in un’immagine fredda. Lo proietta nel suo sogno e ci parla, come a invitarci a entrare, ancora una volta, nei meandri della sua mente.

Asia Pichierri