Capogrosso: L’agonia di Taranto e la farsa di Manduria lo specchio di una democrazia in affanno 

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Analisi post elezioni regionali e parallelismo con Taranto
di Agostino Capogrosso, già consigliere comunale di Manduria

Mentre le ciminiere dell’ILVA, ribattezzata ArcelorMittal e poi Acciaierie d’Italia, restano quasi ferme, inghiottite dal degrado e dal silenzio, continuando ormai a sputare solo incertezza sul futuro, la Puglia ha emesso un verdetto elettorale che suona più come un grido strozzato che come una scelta consapevole.

L’ultima tornata elettorale, infatti, non ha solo sancito vincitori e vinti, ma ha drammaticamente illuminato il vuoto lasciato da un astensionismo dilagante, cifra di una disillusione che, dalle periferie esistenziali dei quartieri tarantini, si estende all’intera Regione. L’enorme quota di cittadini che ha disertato le urne non è indifferenza, ma una plateale denuncia di una classe politica percepita come sorda e autoreferenziale.

Si vota sempre meno perché si crede sempre meno nella possibilità che la politica possa riscattare territori condannati a un eterno ricatto: o la salute o il lavoro. Questa dicotomia tossica, che da decenni logora la comunità tarantina, trova il suo parallelismo più desolante nella corsa al seggio di molti candidati locali.

E qui, nella mia Manduria, l’assurdo politico raggiunge il suo culmine, sfociando nella farsa. Il dato dell’astensionismo alle stelle dovrebbe essere un campanello d’allarme, il suono insopportabile di un rifiuto collettivo, ma i nostri aspiranti leader sembrano averlo scambiato per una melodia trionfale. OTTO candidati alle Regionali e ZERO eletti: una Caporetto politica che, per ogni logica di responsabilità, dovrebbe portare a una profonda e dolorosa autocritica. E invece la realtà post-voto è un indecente balletto di autocelebrazione.

Siamo stanchi di vedere l’interesse collettivo sacrificato sull’altare dell’ambizione individuale. Il fatto che, nonostante il clamoroso fallimento collettivo – con nessun rappresentante in Consiglio Regionale a difendere Manduria – tutti i candidati si siano affrettati a rilasciare dichiarazioni entusiastiche sul “successo personale”, sul “risultato lusinghiero” o sull’“ottimo consenso”, è l’epitome della disconnessione e del cinismo. Hanno perso il mandato che cercavano, ma hanno vinto la narrazione personale, trasformando la sconfitta della città nel proprio trampolino di lancio egoistico. Un risultato che non garantisce nulla al territorio viene spacciato per vittoria. Non è più politica: è puro narcisismo elettorale, un esercizio di autopromozione che svilisce la democrazia e insulta l’intelligenza di chi è rimasto a casa.

L’ILVA e Manduria sono così le due facce della stessa medaglia: il simbolo della crisi industriale e ambientale più grave e quello della crisi della rappresentanza più cinica. Entrambe le tragedie richiedono un identico atto di responsabilità: una politica che sappia finalmente guardare oltre il proprio naso e oltre la scadenza elettorale, rimettendo al centro la dignità del cittadino e il diritto inalienabile a un ambiente sano, prima di qualsiasi poltrona.

Questa ipocrisia è il vero motivo per cui le urne restano vuote. La Puglia merita leader capaci di trasformare la disperazione dell’astensionismo in un mandato forte per il cambiiamento, e non in una facile scorciatoia per la rendita di posizione e per l’autocelebrazione fine a se stessa.