Bakary Sako ucciso mentre andava al lavoro: “Cercavano una vittima vulnerabile”. Il dramma che interroga Taranto

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Bakary Sako stava andando al lavoro in bicicletta quando ha incrociato il suo destino con quello di un gruppo di giovanissimi che, secondo gli investigatori, “erano alla ricerca della persona da colpire”.

È il quadro inquietante emerso durante la conferenza stampa convocata dalla Polizia di Stato e dalle Procure di Taranto dopo il fermo di cinque giovani – quattro minorenni e un maggiorenne – ritenuti presunti responsabili dell’omicidio avvenuto all’alba di sabato scorso in Piazza Fontana.

Un delitto che, al di là della violenza brutale dell’aggressione, apre interrogativi profondi sul disagio giovanile, sull’assenza di controllo educativo e sul clima sociale che attraversa la città.

A sottolinearlo con forza è stata la procuratrice della Repubblica Eugenia Pontassuglia, che ha definito il contesto in cui è maturato l’omicidio “particolarmente allarmante”.

“Abbiamo due situazioni che si fronteggiano – ha dichiarato –: la vita di un ragazzo di 35 anni, regolarmente presente sul territorio italiano, che alle cinque del mattino si sta recando al lavoro per mantenere la propria famiglia, e dall’altra parte ragazzi di 16, 17 e 19 anni che alle cinque di mattina scorrazzano per le vie della città alla ricerca della persona da colpire”.

Secondo quanto ricostruito dalla Squadra Mobile, Bakary Sako sarebbe stato individuato proprio perché vulnerabile: “La persona da colpire è la persona indifesa – ha aggiunto Pontassuglia – e nello specifico caso viene individuata nella persona di colore”.

Gli investigatori hanno spiegato che poco prima dell’aggressione mortale il gruppo avrebbe già importunato un altro uomo subsahariano che, come la vittima, si stava recando al lavoro in bicicletta. Un elemento che lascia emergere un’aggressività casuale e apparentemente priva di un reale movente.

“Finora un movente non c’è”, ha spiegato il dirigente della Squadra Mobile Antonio Serpico, evidenziando però come i ragazzi “provocavano e cercavano la lite”, fino a “conseguire il loro intento criminale ai danni di questo povero ragazzo”.

Il procuratore Pontassuglia ha parlato apertamente di una emergenza culturale e sociale: “Non servono soltanto nuovi reati o aumentare le pene. Dobbiamo cambiare la cultura. Dobbiamo cominciare a pensare che non esiste la terra di qualcuno e che tutti coloro che hanno diritto di esserci devono essere rispettati”.

Parole dure anche sul comportamento tenuto durante le fasi dell’aggressione. Secondo quanto emerso dalle indagini, Bakary Sako sarebbe riuscito a rifugiarsi in un bar dopo essere stato colpito, ma l’aggressione sarebbe proseguita anche all’interno del locale. “Il proprietario del bar gli ha intimato di uscire e non ha ritenuto di chiamare le forze di polizia”, ha riferito Pontassuglia, sottolineando come “se tutti ci facessimo carico del problema, forse potremmo evitare queste degenerazioni”.

Sul fronte minorile, la procuratrice Daniela Putignano ha evidenziato come i quattro ragazzi fermati fossero sì incensurati, ma già conosciuti dagli uffici minorili per situazioni di disagio familiare, dispersione scolastica e problematiche educative.

“Si tratta di ragazzi completamente svincolati dal controllo familiare”, ha spiegato, ricordando che i giovani avevano trascorso l’intera notte in giro per la città armati di coltelli. “C’è un disagio giovanile che sta diventando sempre più violenza giovanile – ha aggiunto – e anche nella nostra città notiamo sempre più minori che girano armati di armi da taglio”.

La procuratrice minorile ha parlato della necessità di “una nuova grammatica civile”, ribadendo che “la repressione con i minori conta poco se non intervengono le agenzie educative, la famiglia e la scuola”.

Anche il questore di Taranto Michele Davide Sinigaglia ha espresso amarezza per una vicenda che ha visto protagonisti ragazzi così giovani. Pur sottolineando “l’eccellente lavoro svolto dagli investigatori della Squadra Mobile, della Scientifica e della Squadra Volante”, il questore ha parlato di “una condotta assolutamente vigliacca e priva di qualsiasi motivazione”.

L’indagine, conclusa in poco più di due giorni grazie al coordinamento tra Procura ordinaria, Procura minorile e Polizia di Stato, prosegue ora per chiarire ulteriormente ruoli, responsabilità e contorni dell’aggressione.

Resta però il peso di una vicenda che, oltre alla tragedia umana, pone sotto i riflettori una sofferenza sociale sempre più evidente: gruppi di adolescenti lasciati senza riferimenti educativi, dispersione scolastica, violenza diffusa e l’individuazione del più fragile come bersaglio. Una realtà che magistratura e forze dell’ordine invitano a non sottovalutare più.