Assalto al portavalori. Eroi senza nome: le sei guardie giurate lasciate fuori dalla cronaca

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Sulla statale Brindisi–Lecce, ieri, l’asfalto è diventato teatro di una scena che richiama immagini da cronaca nera d’altri tempi: un portavalori assaltato, un’esplosione, colpi di kalashnikov sparati in pieno giorno. Da ore scorrono titoli, aggiornamenti, ricostruzioni. Si parla dei banditi, delle indagini, dei carabinieri, della studentessa che ha assistito terrorizzata alla sparatoria. Ma in questo coro di voci manca qualcosa. Manca qualcuno.

Le sei persone che erano dentro quel blindato, fatto esplodere, sembrano svanite nel nulla. Nessun nome, nessun volto, nessuna parola dedicata a loro. Eppure erano lì per un motivo semplice e fondamentale: stavano lavorando. Stavano garantendo un servizio che tutti utilizziamo, che tutti diamo per scontato, ma che comporta un rischio enorme. Ogni mattina salgono su quei mezzi sapendo che potrebbero non tornare a casa. Trasportano denaro che non è il loro, proteggono istituti che non portano il loro nome, assicurano un ingranaggio essenziale dell’economia quotidiana. E lo fanno in silenzio, senza clamore, senza riconoscimenti.

Quando però qualcosa va storto, quando il fuoco dei kalashnikov li travolge, diventano invisibili. Una categoria fantasma. Non fanno notizia, non attirano l’attenzione, non generano dibattito. Eppure sono loro a pagare il prezzo più alto. Sono loro a finire in ospedale (anche questa volta), a convivere con la paura, a rimettere insieme i pezzi dopo un assalto che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

Domani, nonostante tutto, torneranno su quei blindati. Sulla stessa strada. Con la stessa divisa. Perché qualcuno deve farlo. Perché il loro lavoro non può fermarsi. Ma quel “qualcuno” sembra non contare abbastanza da meritare un pensiero, un ringraziamento, una riga di attenzione.

Questo silenzio pesa. Pesa perché racconta una verità scomoda: ci sono professioni che esistono solo quando diventano bersaglio. Ci sono vite che valgono solo quando finiscono nelle statistiche. Ci sono uomini e donne che proteggono ciò che è nostro, mentre noi fatichiamo persino a riconoscere ciò che è loro: il coraggio, la dedizione, il rischio quotidiano.

Nella concitazione degli eventi e delle notizie che si susseguono noi facciamo ammenda  ritenendo giusto che a loro, oggi, vada almeno una parola. Un pensiero. Un gesto minimo ma necessario. Perché come ci ha ricordato un nostro lettore: “ignorare chi rischia la vita per garantire la nostra normalità non è solo ingiusto: è insopportabile”.