24 gennaio, Giornata dell’Educazione: la gentilezza come risposta al disagio giovanile

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Alla vigilia della Giornata internazionale dell’educazione, che si celebra domani, sabato 24 gennaio, istituita dalle Nazioni Unite per ribadire il valore dell’educazione come diritto umano fondamentale, il tema del benessere psicologico e della salute collettiva torna al centro del dibattito pubblico.

Un gesto semplice, come cedere il posto a un anziano sull’autobus, una parola gentile rivolta a chi è in difficoltà, l’ascolto attento di un giovane che chiede attenzione. Episodi apparentemente piccoli, ma capaci di generare benessere, fiducia e senso di comunità. È da questi segnali di umanità quotidiana che passa oggi una delle sfide educative più urgenti del nostro tempo.

«Parlare di educazione oggi significa parlare anche di salute mentale», sottolinea Francesca Mastrantonio, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’associazione Iiris – Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico, in un intervento che richiama l’urgenza di ripensare i modelli educativi alla luce delle trasformazioni sociali in atto.

Il riferimento è al celebre rapporto di Jacques Delors, “Nell’educazione un tesoro”, che individuava nell’educazione non solo uno strumento di crescita individuale, ma un vero investimento affettivo, sociale e culturale per il futuro delle nuove generazioni. «L’educazione – spiega Mastrantonio – si fonda su quattro pilastri fondamentali: imparare a vivere insieme, imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a essere. Eppure, osservando la realtà quotidiana delle nostre comunità, questi pilastri appaiono sempre più messi alla prova».

I segnali che arrivano dal mondo giovanile e dai servizi di salute mentale raccontano, secondo l’esperta, «una crescente difficoltà nelle relazioni, un aumento della paura verso la diversità, comportamenti impulsivi e una fragile consapevolezza di sé e del futuro».

Un disagio che non può essere letto come una responsabilità esclusivamente individuale. «È anche il risultato di un vuoto educativo – prosegue –: come adulti, istituzioni e comunità non sempre abbiamo fornito strumenti adeguati per affrontare una realtà complessa, veloce e spesso disorientante». Da qui la necessità di ripartire dai pilastri dell’educazione, lavorando in una logica di prevenzione primaria, attraverso lo sviluppo di competenze emotive, relazionali e comunicative.

In questo percorso, educare alla gentilezza assume un ruolo centrale. «La gentilezza e la comunicazione gentile – evidenzia la presidente di Iiris – non sono solo valori etici, ma vere competenze relazionali. Favoriscono il rispetto, l’ascolto e l’accoglienza dell’altro e rappresentano un fattore protettivo per la salute mentale, capace di ridurre conflitti, isolamento e sofferenza psicologica».

Un compito che chiama in causa innanzitutto la scuola, primo presidio educativo e luogo fondamentale di esperienza delle relazioni. «Ma la scuola non può essere lasciata sola – avverte Mastrantonio –. Serve un’alleanza educativa che coinvolga famiglie, comunità, psicologia e pedagogia, per sostenere il benessere dei giovani in modo integrato e continuativo».

Nei contesti clinici ed educativi, emerge con chiarezza una richiesta diffusa: ascolto, riconoscimento e strumenti per orientarsi. «Promuovere la gentilezza e una comunicazione rispettosa – conclude – significa offrire ai giovani un linguaggio emotivo più sano, capace di creare legami e non fratture. Non è la soluzione a un disagio complesso, ma può essere il primo passo. Perché anche un piccolo cambiamento, come ci insegna l’effetto farfalla, può generare trasformazioni profonde».