Stabilimenti balneari uniti contro la Bolkestein mare

Ultima domenica di agosto nel segno della protesta, negli stabilimenti balneari italiani. I gestori delle imprese balneari aderenti al SIB, il sindacato di categoria di Fipe Confcommercio,
domenica scorsa hanno voluto dedicare una giornata alla mobilitazione nazionale del settore per sollecitare il Governo a varare provvedimenti urgenti che mettano al riparo le imprese balneari dalla applicazione della direttiva comunitaria Bolkestein che, a partire dal 2020, potrebbe mettere nelle mani degli investitori esteri – attraverso vendite all’asta – le imprese balneari italiane nate dopo il 2009.
Un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alla drammatica situazione in cui versa la balneazione attrezzata italiana e per sollecitare il Parlamento a riformare la materia in vista del recepimento in Italia delle Direttiva comunitaria.
Domenica scorsa negli stabilimenti balneari di tutta Italia i gestori hanno distribuito magliette, brochure, manifesti per richiamare l’attenzione di bagnanti e clientela su una situazione che – come sottolinea il presidente provinciale del SIB, Vincenzo Leo – va avanti da nove anni, durante i quali poco o nulla è stato fatto se non una proroga delle concessione che scadranno il 31 dicembre 2020. Nella provincia di Taranto hanno aderito alla giornata il 50% delle imprese del settore , dal versante est al versante ovest della costa (da Castellaneta a Campomarino), anche se un buon 80% di esse dovrebbe essere al riparo dai pericoli della applicazione della direttiva comunitaria essendo titolari di concessione già prima del 2009. Una prova di maturità sindacale da parte dei titolari delle imprese della balneazione che hanno imparato finalmente a ragionare in un’ottica di sistema.
Questa problematica – rimarca Vincenzo Leo- non è più differibile, altri paesi come Spagna, Portogallo, Croazia, hanno messo al riparo le loro imprese, prorogando le concessioni demaniali. In Italia il fronte politico è diviso, ed intanto tedeschi, russi e perfino i cinesi si preparano mettere le mani su un patrimonio di valori aziendali e su una tradizione imprenditoriale (nella maggior parte dei casi di tipo familiare) che ha dato vita al modello italiano dello stabilimento balneare fatto di servizi, assistenza, sicurezza e confort, e che coinvolge 30 mila imprese e 100 mila addetti. Un modello vincente strettamente legato al turismo estivo e alla scelta di una destinazione balneare per un buon 68% dei vacanzieri. Secondo una recente indagine dell’istituto Piepoli ‘Gli Italiani e il Mare’ oltre il 90% degli Italiani preferisce i servizi offerti dai privati rispetto alla gestione pubblica.
L’entrata in vigore della direttiva comunitaria – che favorisce la libera circolazione in Europa dei servizi senza distinzione di nazionalità – ha creato un equivoco – come ha recentemente chiarito lo stesso estensore della legge, Erich Bolkestein , intervenuto a Roma ad un convegno sul tema – la direttiva riguarda i servizi e non i beni, ecco perché una soluzione potrebbe essere la decisione dello Stato di prorogare le concessioni, così come ha fatto la Spagna (portandole a 72 anni) uno tra i maggiori competitor del turismo balneare e non tra i paesi del Mediterraneo.
La questione, commenta il presidente provinciale del SIB, fa comodo alle lobby affaristiche, è chiaro che non si decide perché vi sono interessi economici in ballo e grandi gruppi stranieri pronti ad investire in Italia (Capri ed Ischia sono già in pole position), come d’altra parte è già avvenuto per il fotovoltaico che ha distrutto il volto della campagna italiana e per la grande distribuzione che ha contribuito ad accelerare il processo di desertificazione dei nostri centri storici in gran parte tenuti in vita dal commercio di vicinato e dalla piccole attività artigianali.

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